Coronavirus SARS CoV 2 visto al microscopio.

Di r.delgatto

È ormai passato un mese e una settimana da quando sono stati rilevati in Italia i primi casi di Sars-CoV-2, il virus noto ai più come Coronavirus, individuato inizialmente in Cina, a Wuhan, nel dicembre 2019. Allo stato attuale il nostro paese si trova nel pieno di una crisi di nervi nel tentativo di arginare il più possibile la diffusione del virus, che nel frattempo si sta propagando in maniera sempre più diffusa in diversi paesi del mondo.

Vediamo dunque di fare il punto sulla situazione, cercando di aggiungere qualche spunto in più rispetto alla mole di materiale prodotto ogni giorno, su ogni mezzo di informazione (Se non interessano le informazioni di base, si invita il lettore ad andare direttamente al paragrafo “La situazione in Italia e nel mondo su Sar-CoV-2”).

Coronavirus Sars-CoV-2: informazioni di base

Cos’è il Sars-CoV-2

Fa parte della famiglia di coronavirus (CoV), ovvero virus respiratori che causano malattie che possono avere sintomi da lievi a gravi (vedi SARS e MERS). Per informazioni dettagliate si rimanda alla pagina dell’Istituto Superiore della Sanità.

Quando e dove ha avuto origine

Le presunte origini del Sars-CoV-2 vengono fatte risalire a un mercato di animali nella città di Wuhan, in Cina. Dei circa 200 coronavirus conosciuti dall’uomo solo 3 vengono trasmessi dagli animali alle persone, e sono: SARS e MERS, a cui si è aggiunto il nuovo Sars-CoV-2. Al momento non ci sono certezze su come sia realmente avvenuto il contagio e da quale animale (c’è ad esempio chi fa risalire l’origine ai pipistrelli e chi ai serpenti).

Tutto è partito il 31 dicembre 2019, quando le autorità sanitarie cinesi hanno iniziato a segnalare un aumento dei casi di polmonite nella zona di Wuhan. Alcuni ricercatori cinesi hanno pubblicato sul Lancet uno studio in cui si evidenzia che i primi casi rilevati risalgono al primo dicembre e che sono scollegati dal mercato di animali. Mentre viene scritto quest’articolo è impossibile risalire alla reale origine del virus.

Nell’immagine in basso viene evidenziato come il primo caso sia scollegato dal mercato di animali di Wuhan. Fonte: The Lancet
Quanto è pericoloso Sars-CoV-2

Come detto in precedenza, il Sars-CoV-2 può presentare sintomi lievi come pericolose infezioni respiratorie (per informazioni dettagliate su sintomi e trasmissibilità si rimanda alle fonti dell’Istituto Superiore della Sanità) . La pericolosità e la mortalità del virus varia in misura crescente dell’età.

Dati sulla mortalità, divisi per fascia di età e sesso, sono visibili su worldmeters. Come si può vedere il tasso di mortalità è molto contenuto per persone sotto i 50 anni: il tasso, ovviamente, deve tener conto anche dello stato di salute media della popolazione in cui viene effettuata la rilevazione, nonché del sistema sanitario vigente.

La situazione in Italia e nel mondo su Sars-CoV-2

L’inadeguatezza della classe dirigente (occidentale) e l’impreparazione generale (eccezion fatta per il Sistema Sanitario Nazionale italiano)

Mentre viene scritto quest’articolo è stata da poco emanata una bozza di decreto con cui il Governo vieta l’ingresso e l’uscita dalla Lombardia. Viene inoltre estesa la zona rossa alle seguenti città: Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti e Alessandria.  Tra le altre misure anche la chiusura di discoteche e pub. Le disposizioni saranno valide dall’8 marzo al 3 aprile. È pertanto molto probabile che si decida di prorogare la chiusura delle scuole in tutta Italia fino alla fine di aprile.

La sensazione, fin da quando è stato rilevato il focolaio di Codogno, è che la classe politica stia rincorrendo il virus anziché prevenirne con efficacia la diffusione. Dal principio abbiamo assistito a una mancanza di coordinamento verticale tra le istituzioni: tra Governo e regioni, tra regioni e province e città. È mancata, e continua a mancare tutt’ora, un corpus comunicativo e decisionale uniforme che in queste situazioni si rileva fondamentale per incutere sicurezza e certezze ai cittadini.

Ma al di là dei modi con cui si esprime la dialettica politica, di cui questo paese è ormai assuefatto, bisogna tener conto che il più recente decreto è l’ultimo di una serie di decreti legge che vengono aggiornati di volta in volta sulla base dei dati rilasciati ogni giorno, nel tardo pomeriggio, dalla Protezione Civile. Pensiamo ad esempio al Dpcm del 25 febbraio introdotto dopo soli due giorni per aggiornare/aggiungere misure al decreto-legge del 23 febbraio. Lo stesso decreto che è stato aggiornato poi l’1 e il 5 marzo con nuovi Dpcm. Da qui l’effetto rincorsa alla diffusione del virus, con misure di contenimento di dubbia efficacia (almeno nel momento in cui sono state emanate) e che ci stanno portando verso il crepaccio economico.

Anche nel resto del mondo occidentale si iniziano a segnalare focolai di Sars-CoV-2 e i dati sui contagi continuano a crescere ogni giorno, vedi ad esempio in Francia e Germania, ma anche negli Stati Uniti, dove New York ha dichiarato lo stato di emergenza.

Il ruolo dell’informazione e dei social (da regolamentare con urgenza)

La classe giornalistica si è rilevata, per l’ennesima volta, inadeguata al compito richiesto dalla professione. Da quando è stato rilevato il focolaio di Codogno c’è stata una sovraesposizione mediatica che non ha fatto altro che generare ansia e preoccupazione intorno alla vicenda. Del resto in un mercato libero, privo di adeguati strumenti correttivi/disciplinari, i media tendono a cavalcare a dismisura il fenomeno del momento per fare cassa (infischiandosene bellamente degli effetti psicologici che si possono innestare nel lettore/ascoltatore).

Il mercato va regolamentato con urgenza e vanno scritte delle nuove regole di comunicazione che coinvolgano tutti gli strumenti di informazione, social compresi.

È la stessa esistenza dei social, poi, che oggi ci induce a far riflettere sull’urgenza di tale riforma (che, si badi bene, dovrebbe avere portata europea più che nazionale: se è vero che con la tv sono stati fatti gli italiani allora tale riforma dovrebbe anche essere fatta nell’ottica di fare gli europei).

Alle informazioni diffuse dai media fanno infatti eco le condivisioni sui vari social, che finiscono spesso per diventare la principale fonte di informazione di molti. Un flusso, una rassegna stampa senza controllo, in cui le fake news trovano il proprio humus ideale. Le persone troppo facilmente, e troppo rapidamente, arrivano a trarre conclusioni su un argomento sulla base delle notizie fatte rimbalzare sui social, senza verificare adeguatamente la veridicità dei contenuti.

Così, agli spazi televisivi e alle pagine dei giornali che ogni giorno  ossessivamente trattano il tema, fanno eco i rimbalzi fatti sui vari Facebook e Twitter (in primis), baretti virtuali in cui ognuno cerca di strillare la propria, con toni raramente pacati. L’isteria comunicativa ha contribuito a moltiplicare lo stato di allarmismo, aumentare stati di ansia e di paura, e quindi di comportamenti irrazionali.

Dobbiamo renderci conto che tutto questo non può andare avanti e che occorre puntellare il sistema di comunicazione in vista delle emergenze che verranno, oltre che per ristabilire un ordine nel quotidiano in mezzi che appaiono fuori controllo.

Quanto è pericoloso il Sars-CoV-2? Perché si stanno prendendo misure tanto restrittive?

Osservando i dati raccolti finora si può dire che questo coronavirus ha una mortalità più alta della normale influenza, ma rimane comunque contenuta ad esclusione dei soggetti più a rischio (che ricordiamo essere anziani, immunodepressi e tutti coloro che hanno patologie legate al sistema respiratorio). Il pericolo maggiore, secondo le istituzioni e secondo il senso ormai diffuso nell’opinione pubblica, è che la propagazione del virus sommandosi alle emergenze sanitarie in essere mandi in sovraccarico il Sistema Sanitario Nazionale, rendendo quindi difficoltoso non solo l’assistenza ai contagiati di Sars-CoV-2 ma anche a tutti gli altri malati.

Le misure proposte si rileveranno efficaci?

L’impressione è che con le misure messe finora in campo il Governo stia avendo difficoltà a stare dietro a uno scenario dinamico in costante evoluzione.

Il gesto estremo di chiudere la regione più produttiva d’Italia potrebbe essere arrivato già troppo tardi e non è detto che porti gli effetti sperati.

Non è stato introdotto, ad esempio, un sistema sanzionatorio efficace, e in questi decreti di emergenza si è limitati a richiamare l’art. 650 del codice penale, il quale impone la reclusione fino a un massimo di tre mesi o il pagamento di una sanzione pari a 200 euro (nella sostanza chi ‘fugge’ dalle zone rosse rischia una multa come se avesse superato in auto il limite consentito, e nulla più).

La stessa chiusura delle scuole estesa in tutta Italia, così come diverse attività come il cinema, il teatro, le discoteche e i pub, potranno avere un’ efficacia molto limitata se proprio i soggetti più a rischio (anziani in testa) continueranno ad aggregarsi nelle piazze di paese e nei bar, tra una partitina a carte e una chiacchierata su quanto sarebbe bello uscire dall’euro e tornare alla lira, o continueranno a farsi la biciclettata domenicale di gruppo. Forse ancora non si è ben inteso che stiamo paralizzando l’economia di un paese proprio per salvaguardare tali soggetti.

Per chi poi si meraviglia che molti italiani nelle zone rosse non rispettino gli ordini di condotta stabiliti dal governo: l’Italia non è la Cina (per fortuna). Negli stati autoritari le persone sono più propense a rispettare le ordinanze imposte, poiché a poliziotti e militari viene dato un potere enorme, e le azioni di violenza fisica non si arrestano a qualche semplice manganellata: in Cina è ancora in atto un sistema di tortura medievale contro attivisti, oppositori di governo, giornalisti. Negli stati di polizia, inoltre, le persone sono più abituate a gestire queste situazioni di stress, mentre nel nostro paese non siamo avvezzi ad atti di restrizione della libertà di circolazione di tale portata, arrivati tra l’altro in un contesto psicologico già compromesso dall’isteria comunicativa. Ed è assai probabile che in molti altri paesi occidentali assisteremo a problematiche analoghe.

È per questo che il flusso di notizie in uscita verso i destinatari deve essere sempre controllato con la massima attenzione, non perché si vuole mettere un bavaglio all’informazione ma perché la difesa e la sopravvivenza della nazione è di priorità assoluta. Per poter gestire al meglio la crisi la popolazione andava tranquillizzata, con azioni e parole giuste. La mancanza di sangue freddo (e forse anche delle competenze) di questa nostra classe dirigente, unito allo sciacallaggio mediatico e all’incontrollabilità dei social, ha invece contribuito a generare un clima percepito di guerra.

Ecco che forse, arrivati a questo punto, per meglio comprendere il comportamento degli italiani occorrerebbe rifarsi alle psicopatologie di guerra. Scopriremmo che comportamenti irrazionali, narcisistici e egoistici spinti dall’istinto di sopravvivenza, come l’assalto ai supermercati o la corsa alla stazione per prendere un treno che ci porti fuori dal pericolo, rientrano nella normalità del contesto. Se il Governo non sarà in grado di far rientrare il pericolo percepito, allo stato di allerta e di shock in cui ci troviamo seguirà a breve quella cosiddetta di ‘reazione’ o panico, dove la faranno da padrone comportamenti anarchici, fino ad arrivare a compiere gesti suicidari, individuali e collettivi. Il rischio insomma è che alla paura inizi a subentrare il panico. Cerchiamo quindi di non deridere e non offendere i nostri connazionali confinati nella zona rossa (come sta avvenendo in queste ore sui social, e fa sorridere che lo facciano anche virologi affermati), perché molti in questo momento si trovano ad affrontare uno stato di stress mentale non indifferente.

La beffa per l’Italia sarà rendersi conto che tutte le misure attuate, tutti gli sforzi, alla fine si rileveranno vani e il Sars-CoV-2 si diffonderà prima o poi al resto della popolazione. Come già annunciato dalla W.H.O. non è detto che il virus sparisca con il caldo, e ad ogni modo, anche ammesso che ciò accadesse a ottobre ci ritroveremo ad affrontare la stessa emergenza, ancora privi di vaccino. Tutte le azioni andrebbero quindi tarate sul worst case scenario, facendosi guidare dai dati dei contagi registrati finora nel mondo e sul suo tasso di mortalità. Solo in questo modo ci renderemo conto che coloro da blindare, isolare per un periodo dalla società, sono i soggetti realmente a rischio, mentre gli altri devono poter continuare a svolgere le loro attività, altrimenti non sarà solo il Sistema Sanitario Nazionale a collassare.

Teniamo inoltre in considerazione che quando arriverà il vaccino (si spera il prima possibile), è improbabile che se ne riesca a produrre a sufficienza per tutti e verrà quindi prescritto solo per le persone a rischio, come si fa oggi con il vaccino anti-influenzale.

(Piccola considerazione per chi oggi loda il modello di contenimento cinese. Vista la capacità di diffusione del virus, non è escluso che in futuro nuovi focolai appaiano in altre regioni cinesi. Se c’è una cosa che ci insegnano le Guerre dell’Oppio è che la Cina è un paese molto grande e molto difficile da controllare, e che quando l’azione è concentrata in un punto è probabile che qualcosa all’esterno sfugga.)

Lo scenario agghiacciante che non tutti riescono a vedere

È stato innescato un meccanismo di autodistruzione dell’economia italiana, e va disinnescato prima di ritrovarsi sanguinanti nel mezzo delle macerie. Se da un lato è sicuramente vero che il Sistema Sanitario Nazionale va salvaguardato, dobbiamo renderci conto che non possiamo farlo mettendo a rischio tutti i settori della nostra economia. L’Italia è arrivata all’appuntamento con il Sars-CoV-2 già debole, senza aver mai dato segnali di ripresa dalla crisi del 2008 (e quella successiva del 2011).

Siamo un paese stanco, affaticato, a cui sono stati già chiesti tanti sacrifici agli italiani, e che non può reggere l’urto di un altro shock sistemico. A un mese dalla diffusione in Italia già ci sono persone in lacrime per il posto di lavoro perso, e sono diverse quelle preoccupate che la situazione non possa rientrare nella normalità in tempi brevi. Non possiamo permetterci di tenere bloccata la Lombardia per troppe settimane, così come non possiamo permetterci il blocco parziale di diverse attività commerciali in tutto il paese. Questa è una realtà che dobbiamo iniziare ad affrontare, parallelamente a quella del virus. Siamo tutti troppo impegnati a vedere la punta dell’iceberg da non renderci effettivamente conto verso cosa stiamo andando a scontrarci.

La preoccupazione, inoltre, è che quanto sta accadendo in Italia possa replicarsi anche in altre nazioni occidentali, con altrettanti blocchi imposti in altre regioni del mondo. È uno scenario che rischia di mandare in tilt il sistema logistico globale, cosa che avrebbe ripercussioni molto gravi sulle capacità di approvvigionamento dei diversi paesi. Rischiamo insomma di avvitarci in una pericolosa recessione globale, molto più pesante di quella a cui abbiamo assistito appena un decennio fa.

(Per altri spunti economici si invita la lettura di quest’articolo pubblicato da Alieno Gentile su Piano Inclinato)

Uno scenario ancora più cupo

L’altro aspetto che non viene considerato è lo scenario geopolitico nel quale si sta consumando la crisi del Sars-CoV-2. Sono numerose le dispute in cui sono coinvolti i pesi massimi (militari) del mondo. Non solo in Medio Oriente, pensiamo alle forti tensioni tra Cina e Giappone per la disputa delle isole Senkaku, che coinvolgono anche Stati Uniti, Taiwan e Vietnam. L’indebolimento di alcuni paesi potrebbe tentare qualche nazione a compiere qualche gesto troppo intraprendente sul piano militare.

Per quel che riguarda l’Unione Europea e l’Italia, sappiamo che la Russia ha aumentato la sua presa sul Vecchio Continente: lo ha dimostrato con la presa della Crimea nel 2014, e l’essere riuscito a portare dalla propria parte un partner strategico e potente come la Turchia, che fino a qualche anno prima era in lista tra i paesi che dovevano entrare a far parte dell’Unione. Proprio Ankara ha deciso di aprire (in questo momento critico) i confini verso la Grecia, riversando un fiume di profughi siriani che sta cercando di sfondare le frontiere di Atene (e quindi europee). E le tensioni in Medio Oriente, da cui passano risorse energetiche chiave, non sono mai state così alte dalla Guerra Fredda ad oggi.

Uno shock sistemico dell’economia occidentale, tale da mettere a rischio il sistema di libero scambio delle merci, potrebbe rappresentare un’occasione troppo ghiotta per Mosca, che fa leva da anni su un’economia chiusa ed è quindi più preparata a contare solo sulle proprie risorse. È uno scenario allo stato attuale remoto, ma che serve per comprendere fin dove può spingersi la catena causale di scelte irrazionali che finiranno per indebolire l’economia, tutta, e con essa anche le nostre capacità di difesa.

 

Raffaele Del Gatto è l’ex direttore risorse umane del Newsweek Media Group Italia (ex IBTimes Italia), nonché ex responsabile della sezione Mondo dell’omonimo giornale. 

Raffaele Del Gatto è l'ex direttore risorse umane di International Business Times Italia (Newsweek Media Group). È stato responsabile della sezione Mondo, e si occupa inoltre di temi di economia, finanza e tecnologia.