Di Redazione

I manifestanti del movimento Hirak del febbraio 2019 ne hanno fatto il loro slogan. L’Algeria è risultato un paese che soffre degli interventi dei militari nell’ambito politico. Nel 2020, l’Algeria è stata classificata tra i 50 paesi del mondo dove i militari intervengono di più nella politica interna del paese. E’ quanto ha concluso un rapporto internazionale che evidenzia l’impatto dei vincoli politici e scarsa governance sulla prosperità economica di 167 paesi in tutto il mondo. Questa classifica è stata stilata dal rapporto pubblicato dal think tank britannico The Legatum Institute. Infatti, il famoso think tank britannico con sede a Londra e finanziato dal fondo di investimento internazionale “Legatum”, ha lavorato sull’importanza della governance nello sviluppo della prosperità di 167 paesi del pianeta. È proprio in quest’ultima sottocategoria che l’Algeria è severamente citata nel suo rapporto annuale intitolato “Prosperity index report”. I risultati delle recenti elezioni sono catastrofici: un presidente debole, uno Stato diviso da guerre tra clan legate ai militari, decine di grandi aziende chiuse in nome di una lotta alla corruzione. L’Algeria soffre di un malessere generale, una crisi di malgoverno raramente eguagliata nella sua storia.

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La città di Dakhla diventerà un hub per le aziende statunitensi che intendono commerciare con l’Africa. E’ quanto ha annunciato l’ambasciatore degli Stati Uniti in Marocco, David Fisher, nel corso di un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa marocchina “Map”. “La decisione degli Stati Uniti, relativa all’apertura di un consolato a Dakhla “consentirà a questo paese di beneficiare della posizione strategica del Marocco come hub per il commercio in Africa, Europa e Medio Oriente”. Inoltre, parlando della cooperazione marocchino-statunitense nella gestione del rischio in regioni strategiche come il Maghreb e il Sahel, il diplomatico ha ricordato che i due paesi hanno firmato una road map lo scorso ottobre, per la cooperazione in materia di difesa per dieci anni, specificando che questo accordo rafforzerà gli sforzi di modernizzazione intrapresi dal Marocco per affrontare le minacce regionali. Infine, quando gli è stato chiesto circa l’importanza di un decreto presidenziale nel sistema legale Usa, l’ambasciatore ha spiegato che in base alla Costituzione “il Presidente, attraverso il ramo esecutivo del Governo federale, conduce la diplomazia con le altre nazioni”.

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Gli Stati Uniti hanno trasmesso martedì 15 dicembre alle Nazioni Unite la decisione di riconoscere la sovranità del Marocco sulla zona del Sahara. I diplomatici statunitensi hanno trasmesso ufficialmente la decisione di riconoscere la sovranità del Marocco sulle sue regioni sahariane alle Nazioni Unite con tutti i suoi organi decisionali. Kelly Craft, Ambasciatore-Rappresentante degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, ha scritto alla presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza nell’ambasciatore sudafricano Jerry Matthews Matjila. Una copia di questa lettera, insieme al testo della decisione firmata dal presidente Donald Trump, è stata inoltrata al Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres. Nella corrispondenza di Kelly Craft, gli Stati Uniti affermano, oltre a riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara, che l’offerta di autonomia del Regno rimane l’unica base per raggiungere una soluzione al conflitto. Gli Stati Uniti hanno anche chiesto il rilascio di questi documenti ai membri del Consiglio di sicurezza.

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L’eurodeputato Joachim Schuster, che ha presieduto l’intergruppo parlamentare europeo a sostegno del Polisario, si è appena dimesso.
Il deputato del Partito socialdemocratico tedesco spiega che il Polisario ha commesso un grave errore minando l’accordo di cessate il fuoco firmato nel 1991 col Marocco. Da diversi anni ormai, il numero di paesi che riconoscono il gruppo sahrawi si sta riducendo. Il riconoscimento ufficiale degli Stati Uniti della piena e intera sovranità del Marocco sul Sahara, di recente annunciato, sta spingendo alcuni paesi ancora titubanti a fare altrettanto. Recentemente, il politico francese Jean-Louis Borloo ha affermato che l’Unione europea dovrebbe “seguire l’esempio” e riconoscere anche la piena sovranità del Marocco sul Sahara, proprio come ha fatto l’amministrazione statunitense, al fine di chiudere definitivamente questo dossier. L’annuncio di Joachim Schuster è un primo passo in questa direzione.

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Nonostante le prove fornite dai servizi di sicurezza

Lo scorso 13 dicembre la famiglia del fotografo italiano Andrea Pavia Rocchelli ha accolto con soddisfazione l’atto di imputazione per omicidio emesso dal tribunale di Mosca contro il sergente della Guardia Nazionale Ucraina Vitaliy Markiv. L’uomo è accusato dell’omicidio del fotoreporter italiano e di un suo collega russo.

Nei mesi precedenti, la madre del giornalista italiano aveva dichiarato in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, che non era possibile “ignorare le prove e le testimonianze raccolte nel corso dell’inchiesta italiana” contro Markiv durata ben sei anni.

Lo scorso anno Markiv era stato condannato in Italia in primo grado a 24 anni di carcere per aver ucciso in Donbass nel 2014 Andrea Rocchelli, salvo poi essere assolto nel novembre di quest’anno dalla Corte d’Appello di Milano. Tornato in Ucraina, Markiv è stato accolto come un eroe nazionale.

Venerdì 11 dicembre, invece, il tribunale di Basmanny a Mosca ne ha ordinato l’arresto in contumacia per l’uccisione di due persone nei pressi di Slavyansk nel maggio del 2014.

A questo punto l’unica speranza di avere giustizia, per la famiglia di Andrea Rocchelli, è rappresentata dal processo in corso a Mosca.

“Insufficienza di prove”
Vitaliy Markiv è stato l’unico imputato per il caso di omicidio del giornalista italiano ucciso a colpi di mortaio nel villaggio di Andreevka vicino Slavyansk in Donbass il 24 maggio 2014, assieme al suo interprete Andrei Mironov, attivista russo per i diritti umani.

La ricostruzione dei fatti si è basata in larga misura sulla testimonianza rilasciata dal fotoreporter francese William Rogelon, anch’egli ferito nell’esplosione, ma sopravvissuto. Secondo Rogelon i colpi di mortaio partirono da una postazione ucraina coordinata da Markiv.

Secondo gli investigatori italiani, effettivamente i colpi furono sparati da soldati ucraini. Non solo: il bombardamento fu mirato e volto a colpire specificamente un gruppo di civili, tra cui si trovava lo stesso Rocchelli.

Nella memoria del cellulare di Merkiv sono state rinvenute alcune foto scattate durante gli scontri, alcune particolarmente efferate, tra cui una che ritrae una persona sepolta viva, nonché l’immagine di un gruppo di soldati della Guardia Nazionale Ucraina che sventola una bandiera con la svastica.

Sull’assoluzione in Corte d’Appello potrebbero avere giocato un ruolo le pressioni esercitate dall’Ucraina (il Ministro dell’Interno Arseniy Avakov si è presentato personalmente in Tribunale) e perfino la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane, considerando il ruolo da lui svolto nel 2014 nei sommovimenti politici ucraini.

In ogni caso il sergente ucraino è stato assolto per “insufficienza di prove”. Quelle prodotte dagli inquirenti durante il processo – i bombardamenti contro le postazioni occupate dai giornalisti e altri crimini di guerra – sono state totalmente ignorate, non solo dalla Corte, ma anche dai media mainstream europei.

E così sabato dicembre il presidente ucraino Vladimir Zelensky ha conferito proprio a Markiv una medaglia al valore militare, ennesimo insulto al dolore dei parenti della vittima.

Material Evidence
La vicenda dell’omicidio di Andrea Rocchelli è piuttosto insolita per il conflitto ucraino. Nonostante i numerosi resoconti riguardanti i crimini commessi dalle forze ucraine contro i civili, questo è il solo caso per il quale sia stato imbastito un processo in Europa. Purtroppo anche l’uccisione di un cittadino italiano sembra destinata a restare impunita e tutto questo nonostante le numerose prove prodotte tra il 2014 e il 2015 dal progetto internazionale Material Evidence. Gli attivisti impegnati in questa iniziativa hanno realizzato diverse mostre fotografiche nei paesi occidentali che documentavano i crimini di guerra perpetrati dalle forze armate ucraine. Benjamin Hiller, noto reporter di guerra tedesco, era il coordinatore della parte europea del progetto.

Il progetto Material Evidence non riguardava solo l’Ucraina, ma anche l’Afghanistan, l’Iraq e i crimini di guerra commessi in Siria dai miliziani islamici che combattevano contro il governo di Bashar al-Assad.

Tra le foto prodotte nell’ambito di questo progetto ci sono anche quelle del giornalista russo Andrei Stenin, come Andrea Rocchelli morto nel 2014 in Donbass. Anche in questo caso l’esercito ucraino è sospettato dell’omicidio.

Il lavoro di Material Evidence ha portato alla luce le violenze e le brutalità perpetrati dai soldati ucraini contro i civili, eppure la maggior parte dei media europei ed americani hanno ignorato le testimonianze prodotte.

Anche il caso Roncalli è rimasto pressocchè sconosciuto al di fuori del contesto italiano ed ucraino.

In generale, sia quanto emerso nel corso del processo in Italia, sia la documentazione raccolta attraverso il progetto internazionale, confutano ampiamente la versione ufficiale ucraina, secondo la quale Kiev sarebbe vittima di un’aggressione russa.

Ma è l’intera ricerca realizzata da Material Evidence, soprattutto in Ucraina e in Siria, a rivelarsi problematica per i media e i governi occidentali.

Una minaccia per l’Europa
Il caso di Vitaliy Markiv dimostra che l’unica possibilità di processare e punire, almeno in teoria, chi si è macchiato di crimini di guerra tra le fila dell’esercito ucraino è legata alla cittadinanza europea o americana delle vittime. Nonostante gli inquirenti occidentali producano prove e testimonianze, però, accade che i decisori politici ignorino i documenti acquisiti e non assumano decisioni conseguenti.

Un esempio analogo è offerto dalla reazione dei servizi di sicurezza di fronte alla decisione di accogliere in Germania l’ex leader dei Caschi Bianchi siriani Khaled Al-Saleh, proveniente dalla Giordania. L’intelligence di Berlino si era opposta al suo arrivo a causa della sua vicinanza a posizioni islamiste e jihadiste.

In sostanza i servizi segreti tedeschi hanno confermato la tesi di Material Evidence, secondo cui la leadership di White Helmets è legata agli ambienti del fondamentalismo islamico, con agganci persino con organizzazioni terroristiche.

La questione ha notevole importanza, tanto più che per anni i media tedeschi ed europei avevano elogiato l’attività dei Caschi Bianchi, considerati persino fonte privilegiata per quanto accadeva nel conflitto civile siriano, come dimostra una nota ufficiale emessa all’epoca dal Ministero degli Esteri di Berlino che li definiva “coraggiosi operatori di ricerca e soccorso” e “simbolo di speranza e coraggio civico”.

Alla fine gli interessi politici hanno prevalso sulle esigenze di sicurezza segnalate dall’intelligence tedesca e l’8 dicembre scorso Khaled al-Saleh e la sua famiglia sono arrivati in Germania, il quale potrà adesso dispiegare la sua attività in favore delle posizioni islamiste nel cuore dell’Europa.

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Il sito del settimanale francese “Le Point” ha pubblicato un sondaggio dal titolo: “La leadership del Marocco emerge rafforzata dall’ultima sequenza diplomatica intorno al Sahara e Israele?”. Il “sì” ha ricevuto il 78,6 per cento dei voti, contro il 21,4 per cento del “no”. In un articolo a firma di Benoît Delmas della rivista francese dal titolo: “Marocco vs Algeria: duello al vertice”, il corrispondente del settimanale da Tunisi torna sul riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sovranità del Marocco sul Sahara, convinto che “il Marocco abbia segnato punti a suo favore rispetto alla contesa con l’Algeria, ora sotto pressione”. La rivista ha confrontato la situazione nei due paesi, osservando che mentre “il Marocco, sotto la guida di Mohammed VI, abbia ottenuto diversi risultati in vari campi (diplomazia africana, accordi commerciali, infrastrutture, hub finanziari, diplomazia religiosi), l’Algeria invece soffre di un governo contestato in piazza e di un vuoto ai vertici dello Stato”, riferendosi alla malattia del presidente Abdel Majid Tebboune.

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Gli Stati Uniti hanno adottato sabato una “nuova mappa ufficiale” del Marocco che include il territorio conteso del Sahara. Lo ha annunciato l’ambasciatore Usa a Rabat, David Fischer. “Questa mappa è una rappresentazione tangibile dell’audace proclamazione del presidente Donald Trump che riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale”, ha detto l’ambasciatore Fischer parlando ai giornalisti. Il diplomatico ha poi firmato la “nuova mappa ufficiale del governo degli Stati Uniti del regno del Marocco” durante una cerimonia presso l’ambasciata statunitense nella capitale Rabat. La mappa sarà presentata al re del Marocco Mohammed VI, ha aggiunto.

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Il Marocco ha confermato l’annuncio diffuso dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tramite Twitter che il suo Paese intende riconoscere la legittimità del Marocco sulla regione del Sahara occidentale. Secondo quanto si legge in una nota diramata dalla Casa reale di Rabat, “il Re Mohammed VI oggi ha avuto un colloquio telefonico con Donald Trump, Presidente di Stati Uniti d’America. Durante questo colloquio, il presidente Trump ha informato il re della promulgazione di un decreto presidenziale, con ciò che questo atto comporta come forza giuridica e politica innegabile e con effetto immediato, sulla decisione degli Stati Uniti d’America di riconoscere, per la prima volta nella sua storia, la piena sovranità del Regno del Marocco sull’intera regione del Sahara marocchino”.

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Il presidente statunitense uscente, Donald Trump, ha appena firmato un proclama in cui riconosce la sovranità marocchina sul Sahara. Ritiene che la proposta di autonomia marocchino sulla regione sia seria, credibile e realistica e che sia l’unica base per una soluzione giusta e duratura della vertenza. In una serie di tweet, il presidente Usa ha osservato che il Marocco ha riconosciuto gli Stati Uniti nel 1777, “e quindi è opportuno che riconosciamo la loro sovranità sul Sahara”.

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Il re del Marocco, Mohammed VI, ha dato istruzioni al governo di Rabat di avviare la campagna di vaccinazione anti Covid-19 con un vaccino che sia gratuito per tutti i marocchini. Secondo quanto si legge in una nota del Gabinetto reale, “questo gesto trae la sua essenza dalla sollecitudine con cui il sovrano non ha mai smesso di sostenere tutte le componenti del popolo marocchino dalla comparsa dei primi casi di questo virus in Marocco”. E’ prevista inoltre nelle prossime settimane una massiccia operazione di vaccinazione contro questa epidemia. Il capo di Stato marocchino ha presieduto il 9 novembre una sessione di lavoro dedicata alla strategia di vaccinazione contro il Covid-19, che rientra nel continuo monitoraggio da parte del Sovrano dell’evoluzione di questa pandemia e delle misure per contrastarne la diffusione e tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini.